20
Ago

Può una norma interna di un’impresa privata vietare di indossare sul posto di lavoro qualsiasi segno visibile di convinzioni politiche, filosofiche o religiose senza costituire una discriminazione?

La Corte di giustizia UE torna sul tema (Sentenza 15 luglio 2021).

Ricorda la Corte che una tale norma non costituisce una siffatta discriminazione ove riguardi indifferentemente qualsiasi manifestazione di tali convinzioni e tratti in maniera identica tutti i dipendenti dell’impresa, imponendo loro, in maniera generale ed indiscriminata, segnatamente, una neutralità di abbigliamento che osta al fatto di indossare tali segni.

Una norma di tal genere, a condizione che sia applicata in maniera generale e indiscriminata, non istituisce una differenza di trattamento.

La semplice volontà di un datore di lavoro di condurre una politica di neutralità, sebbene costituisca, di per sé, una finalità legittima, non è di per sé sufficiente a giustificare in modo oggettivo una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, dato che il carattere oggettivo di una siffatta giustificazione può ravvisarsi solo a fronte di un’esigenza reale di tale datore di lavoro, che spetta a quest’ultimo dimostrare.

Nel caso in questione è parso quindi legittimo il licenziamento di una dipendente di asilo nido che si era rifiutata di togliere il velo islamico.

La struttura aveva imposto un regolamento interno fondato sul principio di neutralità.

Si noti che il datore aveva, per le medesime ragioni, fatto togliere ad un’altra dipendente il crocefisso cristiano.

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